Aumenti delle pensioni, fra fake e realtà

Poche premesse brutali per alleggerirmi di gran parte dei lettori che abitualmente si fermano alla quarta riga.
Il Parlamento non ha aumentato nessuna pensione di invalidità.
Non esiste nemmeno nessun emendamento parlamentare che preveda l’aumento delle pensioni.
Chi è invalido civile in luglio riceverà la stessa cifra di pensione che ha ricevuto finora.
Chi è invalido civile non deve presentare nessuna domanda, ma solo aspettare.
Nessun politico si può vantare di aver aumentato le pensioni agli invalidi civili.
Tutta questa ipotesi di aumenti comunque non riguarda né ciechi, né sordi, né minori. Né invalidi parziali.

Mi ero ripromesso di seguire la regola di una vita: le sentenze si analizzano e si commentano solo dopo che sono state depositate e se ne possono leggere bene le motivazioni. E ciò vale ancora di più per le sentenze della Corte Costituzionale giacché le motivazioni possono contenere elementi dirimenti in sede applicativa. Non seguire questa buona norma comporta il rischio di prendere sonore cantonate. Ma attorno alla vicenda dell’aumento delle pensioni di invalidità civile stanno circolando talmente tante imprecisioni, dichiarazioni anche in malafede, inesattezze che forse è il caso di battere un colpo anche di fronte a volgari distorsioni e attribuzioni di meriti che si leggono compulsivamente in queste ore.

Chiedo venia: seguitemi anche se può sembrare che stia andando fuori tema.

Antefatto e flashback. 8 maggio 2001, Berlusconi a Porta a Porta, firma in diretta il “Patto con gli italiani.” Siamo in piena campagna elettorale, poi stravinta dal Centrodestra e il Cavaliere, nella sua trovata mediatica, si impegna, fra l’altro, a elevare tutte le pensioni almeno ad un milione di lire (516 euro dal 2002).
28 dicembre 2001, il Parlamento approva la legge di bilancio del secondo Governo Berlusconi; la legge 448. All’articolo 38 è previsto dal 2002 l’aumento delle pensioni a 516,46 euro per i pensionati di età pari o superiore ai 70 anni. Il limite si abbassa a 60 anni nel caso il pensionato sia invalido civile, cieco civile, sordo. Viene però posto un limite reddituale per tutti: 6.713,98 euro annui (che poi sarebbero 13 mensilità di pensione minima). Se il pensionato è coniugato il limite viene elevato con un meccanismo su cui qui sorvoliamo. Lo stesso articolo prevede che per gli anni successivi al 2002, il limite di reddito annuo di 6.713,98 euro è aumentato in misura pari all’incremento dell’importo del trattamento minimo delle pensioni a carico del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, rispetto all’anno precedente.

Sono trascorsi 19 anni. L’importo “magico” di 516,46 non è più quello. Come non è più 6.713,98 euro il limite annuale (nonostante giornaloni e giornaletti continuino a copia-incollare quelle cifre).
Le cifre attuali ve le scrivo a fine articolo.

I fatti di ieri. Al termine di una lunga battaglia di una famiglia piemontese, di una ottima associazione torinese e di bravi legali, la Corte Costituzionale si è pronunciata su un dubbio di legittimità costituzionale sollevato dalla Corte di appello di Torino, alla fine ritenendo che un assegno mensile di soli 285,66 euro sia manifestamente inadeguato a garantire a persone totalmente inabili al lavoro i “mezzi necessari per vivere” e perciò violi il diritto riconosciuto dall’articolo 38 della Costituzione, secondo cui “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto di mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”.
La decisione viene assunta nella seduta del 23 giugno, ma non viene depositata. La Corte preferisce anticiparla con un comunicato stampa, documento che nella gerarchia delle fonti rasenta il cestino della carta riciclabile. Ma tant’è: alcune riflessioni o ipotesi possono essere comunque espresse con grande prudenza e per ciò che valgono (anche se di qui a elaborarci produzioni normative è un tantino intempestivo).

Nel comunicato stampa si lascia anche intravvedere la soluzione a questa violazione costituzionale: adottare la stessa logica prevista dal pur datato articolo 38 della legge del 2001 (448) che, a ben vedere, nasceva proprio come compensazione all’indigenza ed era ammesso, per minorati civili, dai 60 anni di età. Lo si faccia già a partire dai 18 anni, così direbbe la sentenza non ancora depositata.
E per delineare con completezza la legge 448/2001 l’ufficio stampa ne richiama i 516,46 euro originari e il correlato limite reddituale del 2002 (6.713,98 euro).
La sentenza riguarda solo gli invalidi civili al 100%, cioè quelli titolari di pensione di invalidità civile se non superano il limite reddituale personale annuo di 16.982,49 euro, cioè la posizione del ricorrente torinese.
Non riguarda invece gli invalidi parziali, i ciechi parziali, i sordi, i minorenni.

La sentenza, quando verrà pubblicata, porrà una condizione di disparità di trattamento, verosimilmente innescherà altri ricorsi e produrrà in futuro sentenze “fotocopia” da parte della stessa Corte. A meno che… a meno che un Legislatore coraggioso non metta mano, finalmente, ad una riforma complessiva dei trasferimenti economici alle persone con disabilità.
Gli aumenti delle pensioni, forse non serve rammentarlo, erano nel programma elettorale di due forze governative, ma dalle parole e dagli annunci non si è passati ai fatti. E se ci si arriverà sarà per l’azione della Corte costituzionale.

I fatti di oggi. L’aumento delle pensioni agli invalidi civili è un tema troppo appetitoso per il marketing politico per lasciarselo sfuggire. Vince chi arriva per primo.
Questa volta è Giorgia Meloni che ha la medaglia d’oro. Mentre a Montecitorio ignobilmente venivano cassati o ridotti in burletta altri emendamenti che riguardano i lavoratori con disabilità, le persone con disabilità grave e chi le assiste (caregiver familiari), si è trovato il tempo e i modi per approvare in Commissione Bilancio un nuovo articolo farlocco nei contenuti, ma potente negli effetti comunicativi.
La Giorgia nazionale è prima firmataria (inseguita con la penna firmaiola da Boschi, Fassina, Delrio, Lupi, Garavaglia, timorosi di perdere il giro) del nuovo articolo 89 bis del decreto Rilancio in via di conversione in legge. L’articolo – dal millantatorio titolo “Applicazione della sentenza della Corte costituzionale in materia di trattamenti di invalidità civile” – prevede l’istituzione di uno specifico fondo con la dotazione iniziale di 46 milioni di euro per il 2020 “destinato a concorrere a ottemperare alla sentenza della Corte costituzionale”.
Mentre noi ci poniamo giusti dubbi e prudenze, la Camera non ha nessun timore nell’anticipare la sentenza che ignora, e pur di ricondurre questa vicenda ad una vittoria della politica istituisce un Fondo del tutto irrilevante a coprire un potenziale (prudenziale) numero di circa 350mila aventi diritto anche se poi l’importo che realmente prenderanno lascerà molti con l’amaro in bocca.
Eppure se leggete i giornali e i siti i oggi, beotamente condivisi in innumerevoli profili social anche di referenti associativi, l’obiettivo di far credere che il Parlamento ha aumentato le pensioni è perfettamente raggiunto. Abbiamo già la coda di utenti che ci chiedono come fare domanda, come si conteggiano i limiti reddituali, se l’aumento è retroattivo ecc. ecc. ecc.
Da un Legislatore coraggioso ci si sarebbe aspettata non una furbesca presa d’atto di una sentenza giusta ma che produrra tecnicamente disparità, quanto piuttosto già un intervento per sanarle quelle disparità.

E veniiamo poi al tormentone dei 516,46 euro. Mentre la politica dormiva o sonnecchiava, il milione di lire di berlusconiana memoria, è stato adeguato. Volendo approfondire si trova anche la fonte per il 2020 nella Circolare INPS 11 dicembre 2019, n. 147 (allegato 2). Le due cifre sono là belle evidenti nella loro rotondità.
Il limite di reddito attuale per contare sull’aumento è 8.469,63 euro annui.
E l’aumento pieno per il 2020 è di 364,70 euro. Che si aggiungono ai 286,81 euro di pensione di invalidità. Totale 651,51 e non 516,46 euro…
Questo a meno che qualcuno non cambi le carte in tavola.

Provate ora ad immaginare cosa ce ne facciamo con i 46 milioni della Meloni e co.