L’ectoplasma

Se mai, pur con tratti incerti e contorni soffusi, il fattore disabilità è entrato, di soppiatto o con momentanea irruenza, nei grandi temi che riguardano il Paese, ebbene ora quella sagoma sembra inesorabilmente dissolta. Lascia qualche cristallo qua e là – là dove forse non dovrebbe – quale sconsolato esito chimico del suo inesorabile evaporare.

Non vi è più nemmeno quell’evanescenza reputata, talvolta ampollosamente, come giusta considerazione di diritti umani fissati oltreoceano ma celebrati anche in ogni italica contrada. Ché celebrare, si sa, costa poco che i riti siano religiosi o civili.

Ma quando il fumo dell’incenso cala e l’officiante lascia il suo palco, i fedeli o i celebrati si interrogano su come, e da quando, cambierà in meglio la loro vita terrena dopo le ispirate orazioni proferite.

Viviamo un periodo, si dice, di cambiamento. Ricacciando l’indisponente reminiscenza di ciò che esprimeva Tomasi di Lampedusa, i latori di quel cambiamento non mancano di annunciare e profetizzare imminenti novità, rivolgimenti epocali e palingenetici tali da modificare in modo prorompente, non poco e in meglio, l’esistenza dei singoli e dell’intera, ora infelice, collettività. Che vi sia un cambiamento della scena, del proscenio, degli attori è fuor di dubbio. Quanto al meglio che ci viene prospettato, forse per l’ennesima volta, non possiamo che esprimere interessati incoraggiamenti ai coraggiosi nocchieri del nostro bastimento che, invero, sembra più bolso che mai.

Per ora si ipotizza, si elabora, si discute; si letica financo, mentre nell’altro schieramento, con quel contrappunto assegnato in commedia, si eccepisce, si critica, si contrattacca in un immutato gioco delle parti. Con rade e marginali eccezioni – va ammesso! – in ambo i campi.

In questa fibrillante e intensa diatriba, più a colpi di tweet che di atti ufficiali, come ci si rammaricava il fattore disabilità non lo si intravede ed latita soprattutto sui temi grossi.
Aggredire la povertà con nuove misure, con impegno di cotante risorse tali da espandere lo stesso debito pubblico: è la sfida assunta a voce tonante cui è andato il plauso sbandierante e di piazza. Ovazioni non criticabili vista la buona fede degli sbandieratori. “Spezzeremo le reni alla povertà”.

La disabilità è uno dei primi determinanti dell’impoverimento. È una delle principali cause di esclusione del mondo del lavoro e, quindi, della produzione di un reddito equo.
È uno dei motivi più significativi che spingono molti familiari (quasi tutte donne) a rinunciare alla carriera, a lasciare il lavoro, a ripiegare su un’occupazione parziale. La disabilità ha un costo aggiuntivo per la persona, per la famiglia, una spesa che sottrae risorse.
Dov’è la disabilità nel dibattito di queste settimane su povertà e reddito di cittadinanza?
Invero la sua previsione era già fragile e iniqua nella precedente sperimentazione del reddito di inclusione, ma visto che siamo al cambiamento, lo sia per davvero. Per ora un insondato silenzio.

Smontare la riforma Fornero, cambiare le regole del pensionamento ritenute inique dai più. È un altro slogan che ha vellicato, in modo decisivo parrebbe, il consenso e l’approvazione della maggioranza.

Una ridda di ipotesi, di calcoli, di stime. Con altrettanti annunci che sconfinano nei proclami ad ora non trasformati in atti ufficiali, né in documenti formali da discutere, emendare, approvare.
E ancora una volta: dove sta la disabilità in questo tema grosso? Dove stanno le flessibilità e le opportunità per i lavoratori che da anni conciliano la loro occupazione con l’assistenza a familiari con necessità di supporto intensivo? Non c’è. Viene rimandato altrove, forse in una legge di settore, come elegantemente viene marcata, o forse chissà…

Una manutenzione straordinaria del Paese, degli edifici, delle strutture per metterle in sicurezza. Dov’è stata la disabilità? Pioveranno ancora miliardi su opere pubbliche, utili e meno utili, senza fissare fra i requisiti, al pari di quelli antisismici, di sicurezza, anti-incendio, anche quello della progettazione per tutti?
Non una parola in queste settimane: discussione su colpe, fantasie oniriche di mondi eco, smart, frendly, ma su come vivranno le persone con differenti disabilità, nemmanco una parola.

La disabilità come un mondo a parte e non una parte del mondo: oggi più che mai. Ci si risveglia in un agone in cui quel fattore è confinato alla discussione su Fondi che si moltiplicano e si frammentano senza alcuna visione complessiva, che soddisfano o inquietano questa a o quella componente più o meno pressante, più o meno interessante in termini di consenso. Oggi come ieri. È confinata in leggine, norme ad hoc, ma mai è trasversale, mai è dentro i dibattiti più complessivi, con piena dignità, autorevolezza, peso specifico.

C’è un ineludibile bisogno di ricomporre la comunità delle persone con disabilità e delle loro famiglie con una visione nuova, con linguaggi diversi e soprattutto con una umile e paritaria partecipazione di tutti. Ciascuno con le proprie identità, risorse, peculiarità.
Ché comunità è qualcosa di assai diverso dall’orda.
All’orda non serve matura comunanza di riferimenti etici, non necessità di una condivisa visione del mondo, del futuro possibile e perseguibile, non abbisogna di linguaggi complessi e congruenti.
All’orda basta la preda da aggredire e spolpare per spartirsene i brani; è sufficiente avere un colpevole da crocifiggere in un crudo rito unificante collettivo e identitario.
Non le serve un linguaggio complesso, ma grugniti, slogan, frasi fatte funzionali alla scorreria. Non ha bisogno di una classe dirigente, di tecnici e intellettuali che facciano sintesi, che sappiano restituire compiutezza alle giuste istanze dei singoli.
Alle orde bastano capetti con il giusto estro, capaci di bullizzare gli avversari e che propongano slogan in grado non già di produrre un effetto cogitabondo, ma piuttosto un esito rabbiosamente carminativo.

Ad osservare l’orizzonte, piuttosto fosco, i timori sono sempre più robusti.
Timori magari solo personalissimi, ma – per ora – tristemente inconcussi.