Quando la riforma sulla disabilità è stata approvata – e parliamo ormai di quasi due anni fa – vi è stato plauso ampio, fin troppo fragoroso, alla svolta epocale, alle cento felici novità che avrebbe apportato, al cambio di passo, di linguaggi, di paradigmi. Il tutto accompagnato da un’insalatona di inclusione, semplificazione, nuovi diritti incomprimibili. Poche le voci critiche.
Tutto l’impianto allora previsto però non si può reggere su spot e annunci. Le decisioni politiche devono poi funzionare alla prova dei fatti. E la situazione non si sta certo mettendo per il meglio in particolare per i cittadini.
La riformona doveva rivedere profondamente la valutazione della disabilità, spezzando in due quel passaggio: la valutazione di base, quella che poi apre alla concessione di pensioni e indennità e riconosce uno status utile ad altre agevolazioni, e la nuova valutazione multidimensionale quella funzionale alla elaborazione del mirabolante progetto di vita onnicomprensivo di tutte le ulteriori misure utili all’inclusione e ad una esistenza felice.
Per entrambi i nuovi percorsi il governo si è riservato una fase di sperimentazione che è iniziata a gennaio 2024 e si è espansa ad oggi a 60 province.
Accantoniamo per il momento la sperimentazione sui progetti di vita, su cui i dati sono insussistenti e poco trasparenti.
Vediamo invece che ne è stato della valutazione di base e quali sono gli intoppi sempre più diffusi che il nuovo corso sta generando ai cittadini che chiedono e aspettano sempre più a lungo un accertamento per ottenere una pensione, una indennità o un permesso lavorativo. Non si può non notare la profonda differenza fra quanto promesso e la realtà dei fatti.
Nel maggio 2024, al momento della celebrata approvazione, il riformatore assicurava che i criteri per valutare la disabilità, ormai vecchi di trent’anni, sarebbero stati rivisti rifacendosi alle indicazioni scientifiche e del diritto più avanzate, moderne, civilissime. Le tabelle delle percentuali del ‘92, andavano in pensione entro il novembre 2024, in tempo utile per la sperimentazione che sarebbe iniziata nel 2025. Con l’avvicinarsi di quella data l’ambizioso riformatore rende conto che non ci sono proprio i tempibper redigere un decreto mastodontico che includa tutte le compromissioni.
Il termine per il decretone viene posposto di un anno: novembre 2025. Il problema è che la sperimentazione inizia il 1 di gennaio 2025. E quale criteriologia verrà mai sperimentata?
È presto detto: facciamola intanto su tre patologie scrivendoci lestamente un decreto con le relative istruzioni: disturbi dello spettro autistico, diabete di tipo 2, sclerosi multipla.
Passano i mesi, la sperimentazione inizia, ma quel decreto si vede solo in aprile 2025. Ne va riconosciuto il valore e il dettaglio, ma anche la notevole estensione: se per tre compromissioni è necessario quel numero di pagine, quanti alberi bisognerà abbattere per stampare il decretone che comprende tutte le patologie?
Un impegno descrittivo tanto imponente quanto prevedibile su cui dovrà lavorare il Ministero della salute sotto l’occhiuta vigilanza del Ministero dell’economia (per evitare che le maglie si allarghino troppo). Tant’è che a metà del 2025 ci si rende conto che non sarà possibile ottenerlo entro novembre. Che si fa?
È presto detto: lo si sposta avanti di un altro anno (novembre 2026) e per intanto si cerca un tampone: si aggiungano i criteri per altre 4 patologie: artrite reumatoide, cardiopatie, broncopatie, malattie oncologiche. Il relativo decreto doveva essere approvato entro agosto 2025, ma questo marzo pazzerello non ne ha ancora visto traccia in gazzetta.
E torna fastidiosa la domanda: ma che cosa mai stanno sperimentando allora? “Sperimentiamo il processo: i nuovi certificati introduttivi e il funzionamento delle commissioni.”
I primi sono documenti importanti ed essenziali: servono a richiedere le nuove valutazioni o gli aggravamenti e sono redatti da un medico. Generalmente è il medico di famiglia o il pediatra di libera scelta. I nuovi certificati introduttivi generano mugugno e una mezza rivolta da parte dei medici. Non basteranno pochi minuti per compilarli, per indicare la documentazione specialistica e caricarla nel sistema INPS. Alcuni si ritraggono, altri aumentano le parcelle, altri tentano di incastrarne la redazione non appena possono.
E le commissioni? Innanzitutto la riforma ha cambiato loro denominazione – unità di valutazione di base – e ne ha attribuito la competenza esclusiva all’INPS. Ha anche autorizzato INPS, già nel maggio 2024, a selezionare ed assumere 1069 nuovi medici per garantire il funzionamento.
In un afflato apparentemente semplificatorio viene cambiata anche la composizione di questi organi.
In precedenza vi afferivano un medico specialista in Medicina Legale (presidente), due medici dipendenti o convenzionati ASL (specialisti in medicina del lavoro o affini), un esperto della specifica patologia, un assistente sociale o uno psicologo. Il medico INPS era stato integrato dal 2010 alla commissione. Vi partecipavano poi i medici nominati dalle associazioni di categoria. Sì, una commissione abbastanza popolata. C’erano poi delle specifiche commissioni – cancellate dalla riforma – nel caso si dovesse valutare la cecità o la sordità.
La riformona fa piazza pulita: due medici nominati da INPS, una sola figura professionale appartenente alle aree psicologiche e sociali, il medico di categoria.
Nel caso dei minori almeno uno dei medici nominati dall‘INPS deve essere in possesso di specializzazione in pediatria, in neuropsichiatria infantile o equipollenti o affini o di specializzazione nella patologia che connota la condizione di salute della persona.
Nel caso degli adulti non è prevista la presenza di un uno specialista nella patologia da esaminare ma, in ogni caso, almeno uno dei componenti deve essere un medico specializzato in medicina legale o in medicina del lavoro o altre specializzazioni equipollenti o affini.
Il presidente deve essere un medico legale e se non lo si trova potrà essere un medico con altra specializzazione che abbia svolto attività per almeno tre anni in organi di accertamento dell‘INPS in materia assistenziale o previdenziale.
Questa era la composizione fissata nel maggio del 2024.
Ma poi, nel silenzio generale o imbarazzato, sono state cambiate le carte in tavola. Perché?
La selezione e l’ingresso in servizio in INPS di quei 1069 medici sono tutt’altro che conclusi e tutto lascia pensare che l’ingaggio di sanitari sia tutt’altro che semplice. Lo avevamo previsto due anni fa, ma non ci voleva un veggente.
La carenza di medici e la grave crisi di attrattività del sistema pubblico è sotto gli occhi di tutti. Si conta una carenza strutturale, stimata da analisti autorevoli, di 5500 medici di famiglie e di 500 pediatri di libera scelta.
In particolare sui minori la situazione è drammatica: secondo le stime dell’ENPAM e dei sindacati (es. FIMP), tra il 2024 e il 2028 andranno in pensione circa 2.600 pediatri per limiti d’età. Il dramma è che i nuovi pediatri attualmente in formazione specialistica riusciranno a coprire solo il 50% dei posti che rimarranno vuoti.
Ancora peggio va nell’ambito della neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza. il problema non è solo di medici mancanti, ma di una sproporzione gigantesca tra l’esplosione delle condizioni di cui farsi carico e i servizi disponibili.
Qualche tempo fa SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) denunciava che a causa della carenza di specialisti e servizi territoriali, quasi un giovane paziente su due rimane senza assistenza adeguata. Solo una piccola percentuale (stimata storicamente a circa 30 su 200) riesce ad avere risposte terapeutico-riabilitative appropriate in tempi rapidi.
Questo è il fondale su cui dovrebbero galleggiare i nuovi sistemi di valutazione della disabilità. Non sono dati segreti o misteriosi.
Tant’è che, con tutta evidenza, INPS, nel formare le nuove commissioni (unità di valutazione di base) ci ha sbattuto inesorabilmente il naso. Va ricordato che INPS risponde ad un mandato politico e dunque le responsabilità originarie non vanno cercate nelle stanze dell’Istituto.
Comunque sia: soluzione? Si annacquano – e di molto – regole e criteri per la selezione dei medici che alla prova dei fatti sono state fallimentari, confidando che così sia più facile trovare qualche camice bianco in più.
La pistola fumante è nel recente decreto legge 19/2026, ora all’esame del Parlamento per la sua conversione in legge. Uno specifico articolo rimesta nella riformona modificandola furbescamente. Per il presidente, nel caso non sia un medico legale di INPS, non sono più richiesti tre anni di esperienza valutativa, ma ne basta uno.
Il secondo medico non occorre più che sia specializzato in medicina di lavoro (o affini). Anzi la specializzazione non è nemmeno più specificata.
Ma lo zenith dell’astuzia lo si raggiunge per le commissioni che dovranno occuparsi dei minori. Finora doveva essere categoricamente presente un neuropsichiatra o un pediatra o lo specialista della patologia da esaminare. Ma, come detto, neuropsichiatri o pediatri disponibili a rinunciare al loro lavoro per partecipare alle commissioni di INPS, è assai difficile trovarne. Resta lo specialista nella condizione da esaminare. Anche questi però, che può tappare i buchi, non è così semplice da ingaggiare. Dunque la trovata: potrà partecipare alle sedute anche in video collegamento.
Avete letto bene: valutazione in streaming.
Stiamo parlando di valutazioni di bambini e adolescenti, lo rammento.
Sarebbe questa la riforma epocale? Più che una svolta, una storta.
Ma abbiamo la sensazione che le sorprese non siano ancora finite.